Il Risorgimento del Sud? 150 anni di falsità e disinformazione.

P R O L O G O

 

Da circa 150 anni i testi scolastici e i media nazionali hanno diffuso notizie false e disinformazioni vergognose sulla “vera” storia dell’invasione militare del Regno delle Due Sicilie – allora Stato libero ed indipendente – da parte inizialmente dei cosiddetti “garibaldini”, una milizia raccogliticcia di mercenari al soldo del Primo Ministro Camillo Benso di Cavour e dei Savoia: un misto di giovani ingenui e romantici e soprattutto avanzi di galera di varie regioni e nazionalità. Successivamente “consolidata” dalle truppe piemontesi nel corso di parecchi anni, col ferro e col fuoco, precursori inconsci della feroce invasione italiana in Libia, mezzo secolo dopo, e di quelle nazifasciste nell’Europa Orientale. Crimini sociali, spoliazioni finanziarie, furti di ricchezze pubbliche e private, incarcerazioni massicce e massacri orrendi di paesi e villaggi furono compiuti ai danni di chi non osannava subito il “nuovo regno” degli “stranieri” Savoia (che parlavano francese e non italiano), diventando così automaticamente “un brigante”, famiglia e parenti compresi, come fossero ladri ed assassini locali, che pure non mancavano, e non patrioti borbonici che difendevano il proprio Stato.

Ma di questa “verità” e della lunga, strenua quanto sanguinosa “Resistenza del Sud” non si è mai fatto cenno nei libri di storia nelle scuole italiane. E le menzogne continuano nell’indifferenza generale delle caste dei politici, del Ministero della Cultura, del Ministero dell’Istruzione e di quella del Vaticano, malgrado le numerose documentazioni incontrovertibili dell’epoca e degli studi e ricerche successivi compiuti da molti eminenti storici, scrittori e giornalisti.

Per ultimo il libro “TERRONI” di PINO APRILE, edito da PIEMME nel 2010.

 

 

S I P A R I O

 

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1. Il “logo” del 150° Anniversario dello sbarco dei Mille a Marsala.

 2. Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna e poi d’Italia.

 3. Il Primo Ministro del Regno di Sardegna, Camillo Benso Conte di Cavour.

 4. Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione, “escort-di-lusso” in missione presso Napoleone III, scopo alleanza.

 5. Giuseppe Mazzini, repubblicano e massone.

 6. Giuseppe Garbaldi, Generale dei Mille, repubblicano e massone.

 7. Lo sbarco dei Mille a Marsala, nel 1861.

 

 

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8. Annuncio della Legge del 14 Aprile 1860, proclamante l’Unità d’Italia

    sotto il Re Vittorio Emanuele II di Savoia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 9.  Bandiera del Regno d’Italia.

10. Bandiera del Regno delle Due Sicilie.

11. Bandiera della Sicilia.

 

 

 

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12. Bettino Ricasoli, toscano, Primo Ministro 1861, 1866, 1867, dopo Camillo Benso di Cavour.

13. Urbano Rattazzi, piemontese, Primo Ministro 1862 e 1867.

14. Luigi Carlo Farina, romagnolo,  Primo Ministro 1863.

15. Marco Minghetti, emiliano, Primo Ministro 1864.

16. Alfonso La Marmora, generale piemontese, Primo Ministro 1864-1866.

17. Luigi Federico Menabrea, piemontese, Primo Ministro 1867.

18. Giovanni Lanza, siciliano, Primo Ministro 1869-1873.

 

 

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 19. Prigionieri di guerra borbonici, 1861

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C O M M E N T I

 

Le premesse di una guerra piemontese di conquista, spacciata ipocritamente per “Risorgimento del Sud”

 

Nel decennio precedente il 1861 il Regno delle due Sicilie, con il Re Francesco II di Borbone, era considerato il terzo Stato più industrializzato d’Europa, con una industria metallurgica e manifatturiera di primo livello, inferiore per grandezza, per quanto rilevante, solo a Regno Unito e Francia, con un’agricoltura fiorente che esportava profittevolmente, soprattutto in Francia, Regno Unito, Germania. Napoli, la capitale, era considerata una prestigiosa sede culturale internazionale. Le flotte mercantili e militari erano tra le maggiori europee. Il Vaticano dominava “la religiosità” cattolica-paganeggiante dei sudditi ed era molto influente negli ambienti reali e di governo. Dei sudditi, molto pochi conoscevano/parlavano la lingua italiana ma solo i dialetti locali. E’stato infatti stimato che, all’epoca, l’italiano era conosciuto/parlato nelle regioni del poi divenute parti dell’Italia unita, da circa 200.000 adulti, Toscani esclusi. I Piemontesi parlavano i dialetti della regione e i Savoia e le ricche ed influenti classi economico-sociali parlavano primariamente ed ostentatamente francese, considerando la lingua italiana un popolare dialetto toscano…..

Sul piano politico internazionale, il Regno delle Due Sicilie era isolato. Osteggiato da Francia e Regno Unito (tanto quanto boicottassero la Spagna), tollerato con indifferenza dall’Impero Austro-Ungarico.

Francesco II di Borbone, era figlio di Ferdinando II di Borbone e della prima moglie Maria Cristina di Savoia (figlia di re Vittorio Emanuele I), che morì dandolo alla luce, fu il quinto e ultimo Borbone sul trono di Napoli.

I Borbone erano informati fin dall’inizio dell’impresa dei Mille, sia sul giorno che sul luogo della loro partenza, nonché su quello del presunto sbarco. Però, pur disponendo di una flotta di 14 navi militari che incrociavano lungo le coste del Regno, i Mille (poi diventati molte migliaia a pagamento e con diritto-tollerato di stupro e saccheggio) non furono fermati.
La spedizione dei Mille impressionò i contemporanei per la rapidità delle prime conquiste iniziali e per la disparità almeno iniziale di forze in campo. A Calatafimi ben 3.000 soldati borbonici si ritirarono inspiegabilmente, dopo un’accanita battaglia che li aveva quasi condotti a rigettare i garibaldini in mare, a causa degli ordini del borbonico Generale Landi. Quando poi Garibaldi passò in Calabria, dove erano di stanza circa 12.000 soldati del Borbone, ben 10.000 di essi si arresero ancora una volta senza sparare un solo colpo a causa di comandanti corrotti e collusi con il governo piemontese; ad essi fu promesso un avanzamento di grado nell’esercito. Al comando dell’armata vi era il Generale di Brigata Landi che, per ordine di Francesco II, fu deposto e “confinato” sull’
isola d’Ischia. Tuttavia dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d’Italia, Landi, traditore e corrotto, fu promosso al grado di Generale di Corpo d’Armata e messo a riposo con una cospicua pensione dalla nuova amministrazione. Una plateale infamia tra le tante commesse dai piemontesi.

Intanto, mentre “il cugino” Vittorio Emanuele II (falso e bugiardo) “giurava amicizia” a Francesco II e “condannava l’impresa di Garibaldi(repubblicano e massone, come Giuseppe Mazzini), il Cavour dava ordine al Generale Enrico Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’Ammiraglio Carlo Pellion di Persano (futuro grande sconfitto dagli austriaci nella battaglia marina di Lissa nel 1866) di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi.

Dopo la perdita della Sicilia, di fronte all’avvicinarsi di Garibaldi e seguendo il consiglio del Ministro dell’Interno Liborio Romano, che era già compromesso con i piemontesi, il Re lasciò Napoli senza combattere per evitare che la città fosse messa a ferro e fuoco dagli invasori, e ripiegò dapprima sulla linea del Volturno e poi, con la Regina consorte, a Gaeta, dove l’esercito borbonico si difese valorosamente per tre mesi contro l’assedio dell’esercito sardo-piemontese comandato dal Generale Enrico Cialdini. L’assedio di Gaeta ebbe inizio il 13 novembre 1860 e fu condotto in modo molto aspro.

Dopo la capitolazione di Gaeta (13 febbraio 1861) Francesco II, con la moglie, si recò in esilio a Roma via mare. Giunto a Roma Francesco II fu prima ospitato al Quirinale dal Papa Pio IX per passare poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone, perché ereditato dalla sua ava Elisabetta. Rimase a Roma fino all’occupazione delle truppe unitarie avvenuta nel 1870, compiendo alcuni tentativi di organizzare una resistenza armata nel Regno occupato militarmente dai piemontesi, per stabilirsi quindi – a parte brevi viaggi in Austria e in Baviera presso i parenti della moglie – dal 1870 in poi a Parigi, dove visse privatamente senza grandi mezzi economici perché il Regno d’Italia aveva confiscato tutti i beni dei Borbone, proponendone la restituzione a Francesco II, ma solo al patto di rinunciare ad ogni pretesa sul trono del Regno delle Due Sicilie, cosa che egli non accettò mai, rispondendo sdegnato: “Il mio onore non è in vendita“.

Nel Natale del 1869, durante il breve soggiorno romano, Francesco II e Maria Sofia ebbero una figlia, Maria Cristina Pia, che morì di lì a tre mesi. Francesco II morì nel Trentino (allora austriaco), in uno dei suoi viaggi compiuti per sottoporsi a cure termali, e venne sepolto nella chiesa di Arco. Anche dopo la morte di Francesco II la Regina Maria Sofia sperò ancora nella restaurazione del Regno delle Due Sicilie, e frequentò socialisti ed esuli anarchici. Più di una fonte la vuole infatti, più o meno fantasiosamente, ispiratrice degli attentatori Passanante e Bresci. Morì il 18 gennaio 1925 a Monaco. Le spoglie di Francesco II, di Maria Sofia e della loro figlia Maria Cristina Pia, ultima famiglia reale napoletana, riunite dopo varie vicissitudini, riposano oggi nella Basilica di Santa Chiara a Napoli dal 18 maggio 1984, dove sono state portate in forma solenne.

Alla fine di quel decennio, il Regno di Sardegna (Piemonte + Liguria + Sardegna, poco più di 5 milioni di cittadini), avendo ceduto Nizza e la Savoia alla Francia a pagamento dell’alleanza francese durante la guerra contro l’Austria-Ungheria, conclusasi nel 1859 con la conquista/annessione della Lombardia, realizzata “solo” con il determinante contributo delle truppe francesi di Napoleone III (circa 150.000 soldati), era uno Stato fortemente indebitato. Situazione finanziaria che si aggravò ulteriormente con la III Guerra d’Indipendenza contro l’Austria nel 1866, quando il Regno di Sardegna, alleatosi militarmente con la Prussia, con la mediazione di Napoleone III, riuscì a conquistare/annettere il Veneto con Venezia, grazie alle vittorie prussiane sugli austriaci e malgrado le pesanti sconfitte subite a Bezzecca su terra e a Lissa sul mare.

Il Re Vittorio Emanuele II e il Primo Ministro Camillo Benso di Cavour, avevano un disperato bisogno di cash, ovvero di maggiori entrate finanziarie da tasse da un maggior numero di sudditi.

La “soluzione finanziaria” consisteva nell’espansione territoriale del Regno di Sardegna, tramite annessioni di regioni preparate anzitempo da minoranze di “volenterosi patrioti” ispirati dalla “soluzione politica” di voler unificare l’Italia intera, tanto predicata da Giuseppe Mazzini (e non solo), per quanto irriducibile repubblicano (e massone), e inesauribile istigatore di moti rivoluzionari-patriottici, ferma restante la sua costante posizione di “armiamoci e partite”….. Infatti numerose iniziative di moti e spedizioni di “volenterosi patrioti” , ispirate da Giuseppe Mazzini, si conclusero con l’arresto e l’esecuzione (es.: la spedizione de “I 300 di Carlo Pisacane” a Sapri e Sanza) degli stessi da parte dei governi regionali allora dominanti, Stato della Chiesa incluso.

 

Il Regno delle Due Sicilie, allora benestante finanziariamente e con un ricco tesoro dinastico e governativo, isolato in politica internazionale e retto da un sovrano-bigotto-buonanima, Francesco II, con classi di politici, nobili, alti gradi militari e possidenti facilmente corrompibili (come si verificò di fatto e in misura superiore alle aspettative dei Savoia e di Cavour), appariva senza dubbi come il classico “piatto ricco, mi ci ficco”…..

 

Con il supporto politico di Regno Unito e Francia (loro flotte navali nelle vicinanze delle coste siciliane), con la penetrazione di agenti segreti  piemontesi muniti di denaro in abbondanza e proposte di assegnazione di feudi e promozioni varie ai numerosi  potenziali “traditori locali”, con la predisposta e arruffata Spedizione dei Mille in partenza da Quarto (Genova) con destinazione Marsala (Sicilia Sud-Occidentale), ebbe inizio la rapida e feroce invasione del regno delle Due Sicilie. Molto facilitata dal “tradimento” per corruzione di molti alti ufficiali borbonici e membri del governo di Napoli, come pure dalla connivenza e collaborazione comprate dalle esistenti organizzazioni-cricche-mafiose-affaristiche locali. Connivenza e collaborazione tra politica e organizzazioni affaristico-mafiose che si sviluppò in crescendo da allora e che cresce tuttoggi con gli “eredi” di ambo le parti…..

 

I massacri di soldati borbonici e patrioti resistenti e loro famiglie, definiti “briganti”

 

“Diventare meridionali”, dal libro “Terroni” di Pino Aprile

 

“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto (o alle Fosse Ardeatine) e in moltissime altre località. Ma lo fecero tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni anti-terrorismo, come i marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo. Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma, E che praticarono la tortura come i marines a Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex-garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di “Tamerlano, Gengis Khan e Attila”. Un altro preferì tacere “rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire”. E Garibaldi parlò di “cose da cloaca”.

Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto per gli islamici a Guantànamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, “briganti” per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti, o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali.Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’Apartheid.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni di massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il Ministro degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni “una landa desolata”, fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla “massoneria” (detto dal massone Garibaldi, sino al gran maestro massone Armando Corona, nel 1988)…..

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo prima)?

 

Paesi del Sud resi “martiri” dai piemontesi, precursori dei nazisti

 

Bronte, Nicosia, Biancavilla, Leonforte, Racalmuto, Niscemi, Trecastagni, San Filippo D’Agira, Castiglione Noto, Regalpetra, Gioa del Colle, Gaeta, Vieste, Montecillone, Isernia, Auletta, Pietralcina, Paduli, Nola, Scurcola, Tramano, Casamari, Montefalcione, Pagese, San Martino, San Marco in Lamis, Cotronei, Guardiaregia, Vico, Rignano, Palma, Barile, Campochiaro, Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro, ed altri Paesi. Da 41 a 81 secondo i vari documenti.

 

Dal Corriere della Sera – 18.09.2010

“Pontelandolfo” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

 

“Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare. Un paese dimenticato chiede che lo Stato italiano “nato” dal Risorgimento, nel quale si riconosce, riconosca a sua volta lo spaventoso massacro del 14 agosto 1861”.

 

“…..Dal diario lasciato da un uomo che quel giorno era lì, il filatore di seta valtellinese, Carlo Margolfo. Un documento prezioso. Che dopo essere stato casualmente ritrovato ed edito a cura di Laura Meli e Gino Fistolera, squarcia il velo di ipotesi, silenzi e menzogne steso sulla carneficina: “Al mattino del mercoledì. giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel Comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi. Ed incendiarlo. Difatti un po’ prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese; subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti..”

“Quale desolazione”, ricorda il bersagliere con raccapriccio: “ Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti…..”.

 

….. Basti sapere che, come racconta in una relazione al governo l’allora sindaco di Pontelandolfo Salvatore Golino e come conferma il sindaco di oggi Cosimo Testa, una quarantina di soldati piemontesi e 4 carabinieri mandati a riportare l’ordine nella zona erano stati massacrati. Scrisse Rocco Beccaccino nel libro “Memorie dei giorni roventi dell’agosto 1861”: “E’indescrivibile l’eccidio che ne seguì con tutte le sevizie, a cui uomini e donne, inferociti e privi di ogni senso di pietà, brutalmente si abbandonarono.” La spedizione punitiva, decisa dal generale Enrico Cialdini, fu però spropositata. “Alle prime luci dell’alba e mentre gli ignari abitanti dormivano ancora” spiega la delibera comunale che in questi giorni dovrebbe riconoscere al paese lo status di “città martire”, “i bersaglieri assalirono il paese con scariche di fucili, abbattimento di porte e finestre: uccisero bambini, giovani, vecchi, donne e fanciulle, molte di esse dapprima stuprate. Molti soldati si impossessarono di danaro, oro e altri oggetti di valore. Profanarono anche la Chiesa Madre rubando i doni votivi e finanche la corona d’oro della Madonna. Poi il paese dopo la mattanza fu dato alle fiamme, facendo abbrustolire i morti e quanti, ancora feriti o infermi, nelle proprie case imploravano vanamente e cristianamente aiuto!”.

Il governo sabaudo poi concesse la prima medaglia d’oro alla bandiera dei bersaglieri, per questa azione a Pontelandolfo…..Pier Eleonoro Negri, l’alto ufficiale che comandava la spedizione punitiva, era considerato nella città iberica (Vicenza) “un eroe” e non un uomo che a Pontelandolfo “si comportò da macellaio della peggior risma”.

 

Il Sud divenne terra desolata: corpi lasciati a imputridire in piazza, altri carbonizzati nelle decine di paesi arsi, colonne vaganti di decine di migliaia di profughi, formazioni militari e paramilitari che infierivano, ognuno combattendo la propria guerra: briganti, guerriglieri, soldati savoiardi, milizie private di possidenti filo-piemontesi e di possidenti filo-borbonici, carabinieri, camorristi promossi poliziotti e giustizieri, guardie nazionali, gruppi di cittadini “volenterosi” e contadini inferociti.

 

La spoliazione sistematica delle risorse industriali e finanziarie

 

Al Nord, dopo l’Unità, i capi di governo e i vertici dell’amministrazione statale furono per molti anni prevalentemente piemontesi, venne data ogni possibilità, il Sud fu ostacolato in tutti i modi e si soppresse molto di quel che c’era. E non era poco, se ancora nel 1903, la provincia di Napoli, per quantità di stabilimenti industriali, con il 5% del totale nazionale, era seconda solo alla provincia di Milano. Ed era meridionale, ancora nel 1925, la più grande azienda cotoniera d’Italia. Nei decenni prima dell’invasione piemontese, il Regno delle Due Sicilie, tradizionale esportatore di materie prime, ne era divenuto discreto importatore (lana, cotone), per alimentare le proprie industrie di trasformazione. L’economia del Mezzogiorno era da secoli integrata con quella del resto d’Europa  e non solo. Tanto che il suo paesaggio via via mutava , si può dire, con le necessità dell’industria propria ed altrui: da terra di gelsi (seta), allo zucchero di canna, l’ulivo (l’olio per lubrificare le macchine industriali europee veniva dalla Puglia e dalla Calabria), e mandorlo, nocciolo, agrumi, vigneti, alberi da frutta, quando il Nord Europa e gli Stati Uniti divennero, nel primo quarto del Novecento, grandi consumatori di frutta fresca.

 

I Borbone avviarono iniziative per la trasformazione in loco dei prodotti di base meridionali. La cosa funzionò e iniziarono a giungere capitali e imprenditori stranieri (inglesi, francesi, tedeschi e belgi, soprattutto)  che impiantarono una serie di fabbriche con centinaia e migliaia di lavoratori. Ma molte di queste realtà furono poi sminuite, dimesse o lasciate fallire dai governi sabaudi, con pretesti vari, come il distretto laniero di Arpino e il centro siderurgico di Mongiana, dove oggi non c’è neanche un fabbro, mentre prima dll’Unità, 1.200 – 1500 operai e tecnici metallurgici specializzati rendevano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie.

L’acciaio di Mongiana e degli stabilimenti attorno, rese autonomo il Regno nella produzione di armi e di travi per la costruzione dei primi ponti sospesi in ferro d’Italia, negli approvvigionamenti per la cantieristica della seconda flotta mercantile europea dopo quella inglese. Il cantiere-arsenale di Castellamare (nel 1931 si vi costruì l’Amerigo Vespucci, prestigiosa nave scuola, tuttora in servizio), nel 1860, era il più grande del Mediterraneo, vi lavoravano 1.800 addetti (la metà di tutti quelli d’Italia). Altri 3.400 addetti lavoravano nei cantieri di Napoli. L’acciaio calabrese riforniva la stupefacente industria ferroviaria napoletana di Petrarsa (Reale Opificio Meccanico e Politecnico), il più grande complesso industriale della penisola (il doppio e più dei 1.000 dipendenti dell’ Ansaldo di Genova), in grado di far tutto da sola, dalla rotaia alla locomotiva..

Ma una volta unificato il paese, col governo del piemontese Generale Alfonso La Marmora, la fabbrica napoletana fu degradata, immiserita finanziariamente e sugli operai che scioperavano contro lo scempio, i militari spararono ad altezza d’uomo: una quindicina di morti e feriti. Era l’unica industria a fare in Italia motrici navali e binari ferroviari, che il governo unitario preferì appaltare, invece, ai francesi.

Le rotaie che servivano al trasporto dei minerali estratti dalle miniere della zona furono divelte e vendute a peso, come ferro vecchio. L’intero stabilimento fu messo all’asta e ceduto a un ex sarto, garibaldino, poi divenuto parlamentare e già coinvolto in una colossale truffa ai danni dello Stato. Nel prezzo, il maggior valore (4/5) fu attribuito ai boschi che erano in dote alla fabbrica e non agli impianti. Un inutile ed estremo insulto. Ufficialmente, Mongiana fu condannata perché le nuove teorie industriali ritenevano sorpassati gli impianti siderurgici in zone di montagna e non sul mare, con fonti energetiche derivate da salti idrici e da carbone vegetale. Ma, chiusa Mongiana, si iniziò a costruire l’acciaieria di Terni, sempre fra i monti e ancora più lontana dal mare, spendendo molto di più di quanto sarebbe bastato alla ferriera calabrese per essere rimessa in sesto.

I mongianesi, all’arrivo dei garibaldini, compresero che nasceva una patria più grande ma, pur nel rammarico di quella che andava persa, una certezza garantiva il futuro: dell’acciaio l’Italia non poteva fare a meno, e tutti, in Europa, riconoscevano la loro eccellenza siderurgica. Ma bastarono pochi mesi per accorgersi che il governo di Torino intendeva mandare in malora gli efficienti già altamente produttivi stabilimenti della “Ruhr calabrese”, per favorire lo sviluppo di altri (e costruirne di nuovi) più a Nord. La scoperta provocò incredulità, poi dispetto, risentimento e protesta; infine, violenza. Ci furono furti, saccheggi, vandalismi ai danni delle ferriere. Nei boschi fecero la loro comparsa i briganti. La casa del comandante venne assalita, la folla calpestò il tricolore. Mongiana, già capitale siderurgica, contende oggi al confinante paese di Nardodipace lo scomodo primato di comune più povero d’Europa.

 

L’Italia unificata tagliò fuori il Sud dalla produzione industriale, dall’imprenditoria; e grandi infrastrutture si fecero quasi tutte al Nord. Una ricerca ai primi del Novecento rivelò che, tolte Campania e Puglia, nel resto del Sud, su 1.848 comuni, 1.321 era privi di strade.

 

L’impoverimento rapido delle popolazioni locali, inizio di emigrazioni massicce

 

Ai meridionali non fu lasciata altra possibilità. La loro società, bella o brutta che fosse, aveva dei punti di riferimento (re, preti, piccola proprietà fondiaria, feudatari latifondisti, borghesia opportunista). Invasione e guerra di annessione li spazzarono via e non li sostituirono con qualcosa di altrettanto certo: le “formazioni brigantesche e guerrigliere” riconquistavano i paesi e punivano chi era passato con i piemontesi, restituivano l’autorità ai dirigenti borbonici destituiti. Quando le truppe savoiarde tornavano , abbattevano insegne e poteri lealisti restaurati e ripristinavano i loro. Magari più di una volta. Con nobili e borghesi che blandivano e tradivano gli uni e gli altri, per galleggiare nell’incertezza del comando. E il popolo che imparava una sola cosa: chiunque venisse, comunque andasse, loro ci rimettevano.

Nel 1863, la più spaventosa legge repressiva, che consegnò il Meridione al totale arbitrio dell’invasore, fu presentata da un deputato dell’Aquila, Giuseppe Pica: Il 15 agosto 1863 fu approvata la Legge Pica, che estendeva la repressione alla popolazione civile, ovvero a chiunque fornisse ai «briganti» viveri, informazioni «ed aiuti in ogni maniera». Questa Legge probabilmente ispirò poi le simili leggi nazi-fasciste.

 

Persero anche quelli che imbracciarono uno schioppo e scelsero di reagire. E quelli che non lo fecero, li videro perdere.

Le guardie-settentrionali si sentirono allora legittimate ad abusare di chi soffre, credendo peraltro che il loro dominio fosse figlio di qualche innata superiorità. Ma molti man mano decisero  di sfuggire al gioco degli aguzzini del Nord, magari fuggendo più lontano che fosse possibile. Almeno 13 milioni di meridionali in un secolo, forse più di venti emigrarono, prevalentemente nelle Americhe. Un evento epocale, sconosciuto prima dell’invasione piemontese. L’emorragia fu così violenta che sorse un serio problema demografico: Il Meridione divenne un popolo a prevalenza femminile. E il sistema delle regole virò verso quello matriarcale.

In quasi 100 anni, al Sud, per le stragi dell’esercito del Nord, e poi per quella selettiva della guerra del 1915-1918 (600.000 morti ed altrettanti feriti in tutto: la metà meridionali, che erano solo un terzo della popolazione unitaria, il Meridione ne uscì snervato nelle sue più profonde convinzioni, amputato nel codice morale, smarrì la forza e la regola, privato dei migliori, prevalse l’idea che i valori degli altri (Nord invasore) avessero maggior fondamento. I propri non più.

Nel momento in cui interviene la decisione di partire e di cercare fortuna altrove, la lacerazione del tessuto sociale in cui l’emigrante era inserito è già prodotta. Si possono dare dopo di allora ritorni di singoli, non mai una ricostruzione degli equilibri psicosociali presistenti nei luoghi di partenza.

L’emigrazione postbellica costò al Sud un quarto della popolazione, prevalentemente maschi adulti, lasciandosi dietro – negli anni – milioni di donne sole, sposate (con o senza figli) o fidanzate, di cui solo in parte, in seguito, riuscì a raggiungere il proprio marito o fidanzato.

 

La sudditanza dai “nordici” da parte dei “sudici”, che continua tutt’ora

 

A partire dal 1861 e per molti decenni, l’invasione militare da parte dei garibaldini poi seguiti dagli occupanti piemontesi, la guerra civile contro i cosiddetti “briganti”, in  buona parte ribelli/resistenti borbonici e cittadini oppressi (c’erano ovviamente anche i briganti duri e puri), i governanti “nordici” onnipotenti e vessatori, nell’ex regno delle Due Sicilie, popolato da cittadini in grande maggioranza analfabeti o analfabeti di ritorno, molto poveri, oberati da tasse e balzelli di ogni genere, incapaci di comunicare in italiano ma solo nei dialetti locali (come da secoli), crearono ai cittadini del Sud una progressiva e indelebile immagine di “popoli di serie B, braccia da lavoro a buon mercato, da sfruttare”. E ciò malgrado l’esistenza e la relativa notorietà di personaggi illustri del Sud, uomini e donne, che eccelsero (ed eccellono tuttora)  nella cultura, nelle arti, nella letteratura, nella musica, nelle scienze, nella politica (pochi!), nella comunicazione sociale e nelle professioni più diverse.

 

Una vera e propria sudditanza culturale e sociale dei cosiddetti “sudici” sottomessi ai “nordici”. Sudditanza che si accrebbe ulteriormente con le seconde ondate dell’emigrazione del Sud (dopo quelle enormi dirette alle Americhe), verso le industrie del Centro-Nord italiano e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche verso soprattutto Francia, Svizzera, Germania, Belgio, Olanda, Regno Unito e Paesi Scandinavi, come pure ancora per vari decenni verso gli Stati Uniti.

 

L’emigrazione massiccia italiana si verificò anche, sebbene in misura proporzionalmente inferiore, nelle province del Centro Nord, dove la povertà, la mancanza di lavoro e di prospettive di sviluppo economico erano non meno tragiche. Ma si trattava sempre di “nordici”, “cittadini di serie A.

 

Nacque così l’epiteto “terrone/terroni” spregiativamente e gratuitamente affibbiato ai cittadini del Sud. Epiteto diffusissimo sia nelle scuole che nel mondo del lavoro del Nord. Epiteto verso genti umiliate, prive di mezzi e di cultura di vita competitiva, malvestite, sottoacculturate, disperate ma anche forti e coraggiose che seppero lentamente emergere socialmente col duro lavoro, col risparmio stentato ma cumulato, col rispetto delle leggi, col culto della famiglia. La progressiva industrializzazione avanzata delle imprese del Centro Nord, battezzata come “il miracolo italiano” sia nel primo che nel secondo dopoguerra mondiale, “non” sarebbe stato né immaginabile né fattibile senza “i terroni del Sud”.

 

La nascita dello “Stato assente”, “straniero”, “parolaio” e “ipocrita”

 

Parallelamente alla creazione e alla diffusione dell’immagine di serie B dei cittadini invasi del Sud, “naturalizzati italiani” sulla punta delle baionette garibaldine e piemontesi (ma anche di altre regioni del Nord), si diffuse nell’intero Sud (e in Sardegna), l’immagine di uno Stato cosiddetto unitario-italiano, politicamente e amministrativamente “assente”, “parolaio”, “inconcludente”, “colluso con la criminalità organizzata locale”, “indifferente nei fatti alle esigenze sociali e culturali nonché economiche” delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie”. Ma sempre arrogante, poliziesco e vessatorio nella riscossione di tasse e tributi, come pure nella fissazione di “paletti” alle libertà e condizioni di lavoro e imprenditoriali locali.

 

Si sviluppò così nel Sud, come conseguenza, ulteriormente e in crescendo, il sistema popolare di relazioni molto spesso illegali tra cittadini, politici locali e gruppi affaristico-malavitosi-criminali, tra “amici degli amici”, spacciati tra i cittadini per “paladini del popolo” in contrapposizione allo “Stato straniero occupante”, noto come Regno d’Italia, dominato dai Savoia e dalle “cricche” piemontesi/del Nord.

Tale sistema, progressivamente sempre più diffuso, si trasformò in enormi organizzazioni criminali, molto spesso colluse con la “massoneria”, ferocemente dirette dai loro capi, anche in sanguinosa competizione tra essi. Si confermarono così le “leadership” di “mafia” (Sicilia), “n’drangheta” (Calabria), “camorra”(Campania), “sacra corona unita” (Puglia e Basilicata). Tutte combattute con alterna fortuna dallo Stato unitario-italiano. Che però non riuscì mai a debellarle e che da anni si sono internazionalizzate, esportando criminalità organizzata e pessima immagine dell’Italia.

 

 

C O N C L U S I O N E

 

A. Aldous Huxley (Scrittore britannico, 1894-1963) – L’idealismo è la nobile toga con cui i signori della politica avvolgono la propria ansia di potere.

 

Dal Corriere della Sera del 19.10.2010

“La nostalgia dei Borbone e il Risorgimento del Sud”, di Sergio Romano.

 

“…..Per unanime consenso dell’Europa di allora, il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio governati da un’aristocrazia retriva, paternalista e bigotta. La “guerra del brigantaggio” non fu il fenomeno criminale  descritto dal governo di Torino, ma neppure una guerra di secessione come quella che si combatteva negli Stati Uniti in quegli stessi anni. Fu una disordinata combinazione di rivolte plebee e molti legittimisti conditi da molto fanatismo religioso e ferocia individuale. La classe dirigente unitaria (piemontese/nordista) fece una politica che favoriva le iniziative industriali del Nord perché erano allora le più promettenti, e non fece molto, almeno sino al secondo dopoguerra, per promuovere lo sviluppo delle regioni meridionali. Ma il Sud si lasciò rappresentare da una classe dirigente di notabili, proprietari terrieri, signori della rendita e sensali di voti, più interessati a conservare il loro potere che a migliorare la sorte dei loro concittadini…..”.

 

Che il Regno delle Due Sicilie fosse stato, per unanime consenso dell’Europa di allora (Francia, Regno Unito, Germania, Austria? Erano e sono tuttora meglio amministrate dell’Italia!!!), uno degli Stati peggio governati, “non” giustifica affatto l’aggressione militare non dichiarata e la dura occupazione da parte del Regno di Sardegna, che, ammantandosi ipocritamente di ideali unitari-italiani propugnati in maggioranza da intellettuali e politici di fede repubblicana (Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi primariamente), perseguì di fatto i propri interessi finanziari, politici e industriali, a spese del Meridione.

 

I cittadini meridionali di ieri e di oggi avrebbero tutte le ragioni per affermare che “stavano/stanno molto meglio quando, allora, stavano peggio…..”.

 

B. Il Risorgimento, sviluppatosi nel Centro Nord (1848-1863) attraverso le 3 Guerre d’Indipendenza contro l’Austria e vari plebisciti popolari propugnati da minoranze di  autoreferenziati “patrioti” e votati da minoranze di cittadini (le donne e i poveracci non votavano allora), “non” si verificò di fatto nel (ex) Regno delle Due Sicilie, che, in realtà, fu annesso con la forza dopo una guerra d’invasione vera e propria, con l’appoggio di esigue ma potenti minoranze di traditori militari, nobili-a-perdere, politici-voltagabbana, possidenti-timorosi di perdere le proprie ricchezze, organizzazioni affaristiche-mafiose e corruzioni piemontesi a pioggia.

 

C. Nei libri scolastici di storia italiani, da 150 anni si leggono, a proposito del Risorgimento nel Sud, falsità e  disinformazione. Si citano “solo” fatti e vittorie gloriosi da parte dei garibaldini, tacendo ipocritamente le tragedie e le durissime sofferenze della maggioranza della popolazione inerme, ignara e vittima di feroci rappresaglie “straniere”, degne delle peggiori stragi naziste. Di queste infamie storico-culturali sono colpevoli: gli ineffabili e ipocriti Camillo Benso di Cavour, Vittorio Emanuele II e Umberto I, tutti i governi sabaudi e poi quelli repubblicani incluso quello attuale, che si appresta a festeggiare il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, di qua e di là nello Stato, continuando ipocritamente a tacere la verità storica dell’annessione forzata del Sud e continuando a mentire agli scolari e agli studenti italiani sulle vere e tragiche origini del cosiddetto “Risorgimento nell’ ex Regno delle Due Sicilie”.

 

D. Meglio tardi che mai, il Governo italiano, e il Ministero della Istruzione, Università a Ricerca, con il Ministero della Cultura, dovrebbero promuovere iniziative ufficiali di ricerca storica dei “fatti” realmente avvenuti dal 1861 in avanti nel (ex) regno delle Due Sicilie, affidandone il compito “solo” a ricercatori storici di riconosciuta imparzialità professionale e non condizionati, come troppo spesso accade in Italia, da influenze pseudo-ideologiche di partito politico e/o da praticanza o convenienza di matrice religiosa.

      La pubblicazione di queste inedite ricerche storiche, che possono contare sull’esistenza di ben numerosi libri, documenti e cronache dell’epoca, tenuti accuratamente emarginati se non nascosti dai poteri politici costituiti, poi appropriatamente sintetizzate nei libri scolastici, servirebbe a “pulire” la storiografia ufficiale del Sud Italia da menzogne, falsità e pure invenzioni di fatti di comodo, secondo la logica di sempre che “la storia la scrivono (solo) i vincitori!

      I meridionali tutti se lo meritano, gli altri italiani pure.

 

 

Scritto da un “milanese” e non da un “terrone”…..entrambi italiani.

 

Grazie per la Sua gentile attenzione!

Cordiali saluti.

gualtiero.pw@gmail.com

Il Risorgimento del Sud? 150 anni di falsità e disinformazione.ultima modifica: 2010-10-29T16:34:00+00:00da gualtiero.pw
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5 pensieri su “Il Risorgimento del Sud? 150 anni di falsità e disinformazione.

  1. Falsita’, solo falsita’. campi di concentramento , ma che si vergogni, il Regno delle Due Sicilie era in uno stato finanziario degradante, e dopo l’Unita’ d’Italia ( 17 Marzo 1861) ci furono molti Primi Ministri del Sud, forse a quelli si dovrebbe imputare , il collasso del Medidione, anche dal 1945 in poi ci furono molti Primi Ministri e Ministri Meridionali, anzi i maggiori danni sono derivati da loro : se al Sud si fosse preservata l’agricoltura , a scapito di faraoniche imprese industriali poi tutte fallite, avvremmo l’autosufficienza alimentari grazie al Sud e l’industrializzazione al Nord e potremmo essere la prima Potenza Europea ! che si vergognio chi denigra l’Unita’ d’Italia, lode a Vitorio Emanuele II, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi ai molti Patrioti morti per la nostra Unificazione, di cui molti sono stati meridionali.
    Negli altri Stati, vedi Germania, Gran Bretagna, Francia non e’ ammissibile un atteggiamento auto-distruttivo come il nostro: o preferivamo avere ancora 10 o 12 mini-stati ed il potere della chiesa con il Papa-Re. quello si simile a Khomeini, talebani vari!!!!!

  2. A Giuseppe Braggion,
    Ogni medaglia ha due facce. Lei è informato solo e superficialmente da una faccia sola. Consulti i libri , ricerche storiche, documenti non redatti in ossequio alla ipocrisia governativa ufficiale. Li trova su Internet. Dal 1861 in avanti e sino al 1869 ci furono Primi Ministri “solo” del Centro-Nord. Solo nel 1869 il siciliano Giovanni Lanza, nobile e ricchissimo possidente “in aiuto del vincitore Vittorio Emanuele II di Savoia”, divenne Primo Ministro sino al 1873. L’Unità d’Italia, nel Sud, distrusse centinaia di migliaia di famiglie in varia misura, e molti milioni di meridionali decisero disperati di abbandonare la “loro” patria per emigrare. Lei sembra “farcito” di retorica ipocrita da Bar Sport “nordista”.

  3. C’e’ molto di vero in quello che dice e da piemontese e torinese per la precisione queste vicende le conoscevo molto bene (basta studiare sui libri giusti) pero’ vorrei precisare che in questa storia ci abbiamo rimesso tutti. Lei ha idea di quanti settentrionali sono emigrati all’estero alla fine dell’ottocento ed inizio novecento verso le Americhe? Lei ha mai visto le lapidi dei tanti morti settentrionali della Grande Guerra di fronte ai cimiteri dei paesini del nord? (non era casuale che fratelli militassero in eserciti nemici…)
    Lei ha idea di cosa fosse Torino prima dell’avvento della FIAT… industrie ed attivita’ economiche schiacciate dal Dio denaro e da quella maledetta fabbrica italiana di automobili Torino.
    Non sono uno storico come lei ma ho l’impressione che per comprendere la situazione occorra comprendere che la fase dell’unificazione nazionale e’ stato un percorso storico quasi obbligato in quegli anni.
    I Savoia non hanno capito nulla del Regno delle Due Sicilie ed hanno applicato schemi rigidi che magari andavano bene al Nord e le stragi di cui parla fanno parte di tutte le guerre, giusto ricordarle come gli ufficiali di Francesco II che vennero deportati al Forte di Fenestrelle solo perche’ non prestarono giuramento al nuovo Re.
    Per cui il suo scritto non aggiunge molto a quello che gia’ si sapeva ma non capisco dove si voglia arrivare. Se tornassimo indietro nella storia dovremmo allora discutere della “Pax” romana e via di questo passo.
    A mio avviso l’errore fondamentale di valutazione politica fu quello di non rendersi conto che la storia d’Italia era molto simile a quella tedesca e che forse una confederazione di stati italiani alla svizzera o, se vuole, in federazione all’americana era forse meglio, ma con il senno di poi e’ troppo facile.
    Alla fine cosa rimane di questa Italia? Qui al Nord la popolazione ormai non ha piu’ cultura e lingua regionale quello che invece invidio al Sud, una identita’ da preservare.
    Poi se si vuole discutere di terroni e di polentoni avanti che c’e’ sempre posto nel limbo degli idioti.
    Cordialmente suo.
    Paolo.

  4. A Paolo, Suo commento del 11.11.10
    Grazie per il Suo dotto commento. Apprezzo e concordo con le Sue osservazioni. Rimane l’amarezza per la plateale ipocrisia e falsità della storiografia ufficiale dello Stato italiano negli ultimi 150 anni, come si evince dai libri scolastici di storia e perfino dalle più recenti “celebrazioni” (monologhi da comizio e scritti giornalistici pseudopolitici) dell’Unità d’Italia.
    Coi migliori saluti.
    gualtiero.pw

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